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Giornata mondiale dei Diritti dei Consumatori e Fast Fashion

Il 15 marzo si celebra la Giornata Mondiale dei Diritti dei Consumatori (abbreviato in WCRD), istituita per la prima volta nel 1983 e ad oggi riconosciuta dalla UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo. Una giornata che nel 2025 si sofferma sulla “transizione equa verso stili di vita sostenibili”, motivo per cui il Fast Fashion si correla fortemente al tema in questione.

Ma cosa si celebra nello specifico? L’obiettivo è di sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto ai diritti dei consumatori. Nel nostro caso, è l’Unione Europea a tutelare questa categoria, garantendo parità di trattamento, trasparenza e sicurezza.

Il consumatore non è più passivo al momento dell’acquisto, ma è definito prosumer, cioè attivamente coinvolto nella fase di acquisto. Prima, il consumismo alimentava degli stili di acquisto scorretti, in cui il cliente si ritrovava a sentirsi alienato e isolato, costantemente colpito e influenzato dai messaggi promozionali. Soprattutto per quanto riguarda il western world, quindi l’occidente, il consumatore postmoderno è molto più informato e consapevole rispetto a qualche decennio fa. Oggi, si fanno delle scelte consapevoli, nella maggior parte dei casi sostenibili e responsabili.

I rischi maggiori verso cui ci si può imbattere nella fase di acquisto sono: truffe online, pubblicità indiscriminata (quella che spesso ci troviamo nella cartella Spam), speculazioni, fughe di dati, etichette ingannevoli, acquistare prodotti di scarsa qualità o che nascono da processi poco etici. Proprio per questa serie di motivi, quest’anno si pone l’accento sulla sostenibilità, indispensabile in una società basata sul consumismo. E la moda in questo cosa centra?

Il fenomeno fast fashion è recente e sempre più impattante, conosciuta come moda veloce, la fast fashion permette di avere costantemente capi nuovi basati sulle tendenze del momento a prezzi stracciati. Si tratta di un tipo di produzione che non combacia con un modello produttivo volto ad un futuro sostenibile. Per non parlare poi di tutte le conseguenze etiche: inquinamento dei luoghi di produzione (laghi, fiumi), condizioni di vita inimmaginabili con stipendi molto bassi e casi di sfruttamento minorile.

Secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (AEA), nel 2020 il consumo medio dei prodotti tessili per persona nell’UE ha richiesto ben 440 mq di terreno, 9 m3 d’acqua e 391 kg di materie prime, con un’impronta di carbonio di circa 270 kg. In tutto questo spreco, solo l’1% degli abiti usati vengono riciclati in capi nuovi, il resto viene incenerito o portato in discarica.

Tuttavia, grazie ai social e alle inchieste, aumenta sempre di più la consapevolezza di quanto la fast fashion stia deteriorando il nostro pianeta. A partire da questo, il consumatore evita l’acquisto di brand fast fashion; ma tutto l’impegno deve derivare unicamente dal cliente? Ovviamente no! L’Unione Europea sta attuando un piano per raggiungere un’economia circolare entro il 2050, attraverso la riduzione degli sprechi tessili, aumentando il ciclo di vita e il riciclo dei tessuti.

Solo grazie all’impegno di tutti è possibile raggiungere un futuro sostenibile, a partire dalle stesse scelte di vita quotidiane. Per garantire questo passaggio, bisogna cambiare totalmente rotta, un ruolo che spetta tanto ai consumatori quanto alle aziende.

In questa Giornata Mondiale dei Diritti dei Consumatori è importante soffermarsi sulle proprie scelte e quanto, anche un piccolo gesto come acquistare una maglia, possa avere un peso significativo sul nostro ambiente.

Oggi scegliamo, domani potrebbe essere tardi: non acquistiamo fast fashion ma sosteniamo il pianeta con stili di vita sostenibili.

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