Sabato 15 marzo, come ogni anno, l’Italia si tingerà di viola in onore della XIV Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla dedicata ai Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione. Una ricorrenza che ormai da 13 anni si pone come obiettivo la sensibilizzazione di tale problematica e soprattutto l’abbattimento di pregiudizi e false convinzioni che ruotano intorno a questo mondo. Il simbolo del fiocchetto lilla ha origine in America ed il colore è stato scelto perché combina il blu, simbolo di calma, e il rosso, simbolo di energia e passione: un dualismo che rappresenta la complessità e la conflittualità del DNA.
In Italia la giornata è stata promossa per la prima volta nel 2012 dall’associazione ” Mi nutro di vita”, ed è nata per volontà di un padre, Stefano Tavilla, che il 15 marzo del 2011 perse sua figlia Giulia per uno scompenso potassico che causò danni irreversibili ai suoi organi vitali. Giulia aveva 17 anni, era stata anoressica, poi bulimica, alterando lunghi periodi di privazione del cibo ad improvvise abbuffate, per poi vomitare; vittima del suo stesso disturbo e dell’ inadeguata gestione del servizio sanitario italiano.
<< Quando Giulia è morta era in lista d’attesa per entrare in una struttura. Dopo tanto tempo eravamo riusciti a convincerla a farsi aiutare in un luogo dedicato e quindi ad accettare la malattia: quando siamo andati a fare la visita per l’accettazione – siccome Giulia non era in sottopeso perché la bulimia nervosa non implica il sottopeso, ma quest’ultimo non è l’unico indicatore di questo tipo di problema – la misero in lista d’attesa perché quella privilegiava chi aveva carenza di peso. E in quella condizione morì. Anche perché la struttura che la seguiva qui a Genova, all’epoca, non aveva ancora un’ adeguata visione di quelle che possono essere le carenze dei disturbi alimentari. Come la sua carenza di elettroliti che non veniva curata in maniera adeguata. All’epoca le era stato prescritto solo un integratore>>
Queste le parole di Stefano Tavilla, padre di Giulia.
E’ un disturbo che in Italia colpisce circa 3 milioni di persone all’anno, di cui il 70% adolescenti. Gli individui maggiormente interessati sono principalmente donne e giovani ma negli ultimi anni si sta registrando un incremento anche nella popolazione maschile. Ciò che sconvolge è l’abbassamento dell’età di esordio del disturbo: fino a qualche anno fa l’età tipica di esordio era tra i 14 e i 16 anni, oggi è scesa tra gli 11 e i 13 anni. Per chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare il cibo rappresenta la colpa o spesso un privilegio di cui non si è degni. Si pensa di non meritare di nutrirsi – di cibo e, dunque, di vita – e ci si punisce per scomparire ma anche, paradossalmente, per essere visti; la mente vaga, dominata dai demoni, e la percezione di se stessi e del proprio corpo viene alterata.
Tanti saranno gli eventi sparsi in tutta Italia, anche nei giorni successivi, per mettere in luce una problematica sempre più diffusa nel nostro paese e per molto tempo sottovalutata e minimizzata dalla stessa sanità. Presso il distretto dell’Asl Roma 5 (Tivoli, Colleferro, Palestrina, Monterotondo, Subiaco e Guidonia), ad esempio, il personale della UOSD (Unità Operative Semplici di Dipartimento) sarà disponibile ad offrire informazioni e a fornire materiale divulgativo per tutti coloro che ne siano interessati. L’evento si terrà il 18 marzo dalle 10:00 alle 12:00 in presenza, online dalle 11:30 alle 12:00.
Non è possibile guarire da soli, non basta la forza di volontà come si tende molto spesso a credere, un disturbo alimentare non è frutto di una scelta personale e consapevole, ma è un disturbo incontrollabile di natura psicologica che per essere affrontato necessita di professionisti della salute mentale e alimentare; ne è un chiaro esempio Giulia Tavilla, strappata alla vita a soli 17 anni.
Questa è la lettera che il padre di Giulia, Stefano, ha scritto a nome della figlia dopo la sua morte:
«Il percorso è stato molto variegato per me e i miei familiari a causa della mia cocciutaggine, è una nostra prerogativa , vediamo cose che gli altri non vedono, soprattutto per quello che riguarda il nostro corpo. Ho frequentato il Gaslini (dieta), il centro di Quarto, unico nel suo genere in Liguria, ma purtroppo molto dispersivo, dove facevo anche terapia psicologica. Niente, non ne volevo sapere di farmi aiutare, allora i miei genitori disperati decisero di buttare un po’ di soldini con il luminare di turno.
Ritorno a Quarto nel 2010 dove il medico che mi controlla mi fa conoscere una giovane terapeuta con cui inizio ad aprirmi, ma gli scade il contratto. Papà dice che non c’è problema (chissà per gli altri).
A inizio 2010 mi si accende una lampadina, sarò mica io che sbagliavo? Voglio guarire. Riunione urgente al centro di Quarto, a Pietra Ligure non posso andare (lì tamponano quelle messe proprio male); tre opzioni: Parma, Riva del Garda, Vicenza. Scelgo l’ultima, clinica privata convenzionata, come in Liguria fanno solo per ortopedia e cardiovascolari. Capisco che la mia malattia non rende, niente interventi chirurgici, niente protesi; ma se noi giovani non ci fate invecchiare non ci farete neanche l’anca!
Comunque 40 giorni per l’appuntamento dopo lista d’attesa, ma io non mi sento tanto bene e il medico di Quarto che lavora su statistiche dice che non sono così grave. Adesso io sono partita per un altro viaggio ma ho detto al mio Papà di pensarci lui, che è uno testardo, dice che siccome siete sempre senza soldi si potrebbe fare della sana prevenzione, che costa poco. Almeno questo me lo dovete, io mi sono sacrificata.
Grazie, Giulia Tavilla».